L’intelligenza artificiale ci renderà meno intelligenti? Forse ci stiamo facendo la domanda sbagliata.

Negli ultimi articoli abbiamo visto che l’intelligenza artificiale non pensa come una persona. È uno strumento potentissimo che elabora informazioni, ci aiuta a organizzarle e, in molti casi, ci fa risparmiare tempo e fatica. A questo punto, però, viene spontaneo chiedersi: se l’intelligenza artificiale fa sempre più cose al posto nostro, il nostro cervello rischia di “impigrirsi”?

La risposta è: dipende da come la usiamo.

Il nostro cervello ha una caratteristica straordinaria: cambia continuamente. Gli scienziati la chiamano plasticità cerebrale. Significa che tutto ciò che facciamo spesso si rafforza, mentre ciò che smettiamo di usare tende, piano piano, a diventare meno efficiente. In altre parole: quello che alleniamo cresce, quello che trascuriamo si indebolisce.

In realtà, non è una novità portata dall’intelligenza artificiale. Quando è stata inventata la scrittura, non abbiamo più dovuto ricordare tutto a memoria. Con la calcolatrice abbiamo smesso di fare tanti calcoli mentali. Con il GPS abbiamo perso un po’ l’abitudine a orientarci. Con lo smartphone non ricordiamo quasi più i numeri di telefono. Eppure nessuna di queste invenzioni ci ha resi meno intelligenti. Hanno semplicemente cambiato il modo in cui utilizziamo il nostro cervello.

L’intelligenza artificiale, però, aggiunge qualcosa di nuovo. Per la prima volta non stiamo delegando solo compiti pratici, ma anche attività che riguardano il pensiero: può riassumere un libro, creare una mappa concettuale, scrivere un testo, organizzare informazioni provenienti da fonti diverse. Ed è qui che, secondo me, nasce la vera domanda educativa.

Pensiamo a uno studente che deve preparare una mappa concettuale. Molti credono che lo scopo sia semplicemente avere una bella mappa. In realtà non è così. Il vero valore sta nel costruirla. Per decidere quali concetti sono importanti, come collegarli tra loro e quali informazioni mettere in evidenza, il cervello deve analizzare, scegliere, collegare, organizzare. È un vero allenamento mentale. Se invece questo lavoro viene fatto interamente dall’intelligenza artificiale e lo studente si limita a guardare il risultato finale, una parte di quell’allenamento viene inevitabilmente persa.

Lo stesso vale per la scrittura. Scrivere non serve soltanto a comunicare qualcosa agli altri. Serve soprattutto a mettere ordine nei propri pensieri. Quante volte ci capita di avere le idee confuse e di capirle meglio proprio mentre le stiamo scrivendo? Ogni frase che costruiamo obbliga il cervello a riflettere, scegliere le parole giuste, collegare i concetti. Anche questo è esercizio mentale. Per questo il rischio non è usare l’intelligenza artificiale. Il rischio è smettere di fare proprio quelle attività che aiutano il nostro cervello a crescere.

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Immaginiamo un ragazzo con dislessia che impiega tre ore per trasformare un capitolo in una mappa concettuale. Se l’intelligenza artificiale riesce a fare quel lavoro in venti minuti, quelle ore risparmiate possono essere dedicate a capire davvero l’argomento, fare domande, confrontarsi con gli altri, ragionare. In questo caso l’intelligenza artificiale non toglie qualcosa. Anzi, crea l’opportunità di imparare meglio.

Ecco perché la differenza non la fa lo strumento. La facciamo noi. Se usiamo l’intelligenza artificiale per evitare di pensare, probabilmente alcune delle nostre capacità si alleneranno sempre meno. Se invece la utilizziamo per liberarci dei compiti più ripetitivi e dedicare più tempo alla comprensione, al ragionamento e alla creatività, allora può diventare una grande alleata.

Forse, quindi, ci stiamo facendo la domanda sbagliata. Non dovremmo chiederci se l’intelligenza artificiale diventerà più intelligente di noi. Dovremmo chiederci se noi continueremo ad allenare ciò che ci rende davvero umani: comprendere, fare collegamenti, sviluppare senso critico, immaginare soluzioni nuove, prendere decisioni guidate dall’esperienza, dai valori e dalle emozioni.

L’intelligenza artificiale può aiutarci a ricordare di più, lavorare più velocemente e organizzare enormi quantità di informazioni. Ma non può pensare al posto nostro. Il pensiero nasce quando diamo significato a ciò che impariamo, quando colleghiamo le nuove informazioni con ciò che già sappiamo e quando ci facciamo domande.

Ed è proprio questa capacità che dovremmo continuare ad allenare ogni giorno. Perché il futuro non dipenderà solo da quanto saranno intelligenti le macchine. Dipenderà soprattutto da quanto noi continueremo a coltivare la nostra mente, imparando a usare la tecnologia senza smettere di pensare.

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