“Tranquilla signora… prima o poi parlerà!”. Quando occorre richiedere veramente un consulto.

“Tranquilla signora… prima o poi parlerà!”. Quando occorre richiedere veramente un consulto.

di Dott.ssa Maria Rita Scattone

Quante volte un genitore si è sentito rispondere in questo modo? Fortunatamente, ad oggi, sempre meno e questo grazie al progredire delle neuroscienze e alla possibilità per ogni professionista sanitario di aggiornarsi con continuità.

La storia diagnostica ed etiologica, ossia lo studio delle cause dei problemi, ci insegna che la qualità della vita di un essere umano adulto si gioca nei primi 3-5 anni e che il parto ancora risulta essere un prodigio meraviglioso e pieno di insidie; ed è proprio questa la fascia d’età sulla quale dobbiamo porre la nostra vigile attenzione.

Le tabelle evolutive ci forniscono un corrimano sul quale confrontare il livello di sviluppo dei nostri figli. Queste non sono da prendere come assoluti, ma solo come criteri di riferimento, in quanto lo sviluppo di ogni essere umano varia in base alle proprie caratteristiche fisiche, sensoriali, relazionali, emozionali, ambientali ecc., tuttavia attraverso queste possiamo “monitorare” se nostro figlio è più o meno nella norma per l’età. Pertanto, se un bambino di cinque anni ancora non parla o non parla bene, non dobbiamo sottovalutare l’evento, perché questo si ripercuoterà sugli apprendimenti futuri e nella capacità di ambientarsi nel contesto sociale. Se in uno sviluppo tipico un bambino raggiunge una competenza linguistica tra i 33-38 mesi, possiamo facilmente intuire che se questo avviene a 60 mesi il bambino in questione sarà in ritardo rispetto all’acquisizione di tappe evolutive necessarie per uno sviluppo adeguato.

Quindi, essendo il genitore il primo “clinico” nella storia del proprio figlio e non avendo un “Manuale del Bravo Genitore”, appena ha un dubbio, una perplessità o appena vede qualcosa che non torna in questi primi anni di vita (soprattutto dai 24 mesi in poi!), può essergli utile confrontarsi con il medico di riferimento, il quale può consigliare alla famiglia di fare indagini specifiche o chiedere consulti a tecnici della riabilitazione, oppure con gli educatori del nido o con il gruppo degli insegnanti della scuola dell’infanzia. Ricevere una diagnosi precoce permette di intervenire immediatamente sull’eventuale problema e garantire ai bambini maggiori possibilità di vivere una vita serena in comunione con gli altri.

Dobbiamo uscire dalle paure dei disagi dei bambini, smettere di vederli come dei malati di cui vergognarsi e, al contrario, aiutarli a sviluppare le loro diverse abilità. Oggi il criterio della normalità (ma poi che cosa significa realmente “normale”?) è più un limite mentale che un valore sociale.

Prima di educare i nostri bambini dobbiamo rieducare tutti noi, genitori, insegnanti, educatori, terapisti, medici, alla comprensione dell’attuale universo “bambino”.

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